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martedì 22 maggio 2012

INTRODUZIONE E CONSIDERAZIONI FINALI

Tesi di Laurea in Sociologia Generale.

 In nome del “dovere”. Selezione e Formazione degli operatori dell’ordine.

INTRODUZIONE
 Circostanze del tutto casuali ci hanno portato a scegliere questo argomento di studio quale nostro lavoro di chiusura del corso universitario. Per brevità, si tratta del fatto che il compagno della nostra vita lavora nella Polizia di Stato già da diversi anni e ci è stato di grande aiuto, non solo nella raccolta dei documenti, ma come testimonianza di vita vissuta dall’interno.
Abbiamo motivo di augurarci che questi nuovi livelli di conoscenza possano continuare a creare ulteriori spazi di reciproca comprensione.
Come sappiamo il motto della Polizia di Stato è “sub lege, libertas”, che noi abbiamo tradotto liberamente “in nome del dovere” proprio per estendere i valori racchiusi in questo motto a tutte le Forze dell’Ordine.
Ci è sembrato opportuno, prim’ancora che immergerci nell’attualità, di portarci in “medias res”, con tutte le scottanti problematiche che emergono dalla società in trasformazione e coinvolta nei processi di globalizzazione, a tutti i livelli, tracciare per sommi capi le linee storiche della nascita e sviluppo della Polizia di Stato fino alla sua attuale organizzazione.
Nel II° capitolo, portandoci su uno dei gangli del problema relativi al personale, dall’agente semplice ai più alti dirigenti, abbiamo cercato di individuare i criteri di selezione, formazione, specializzazione aggiornamento. Naturalmente non poteva non seguire una parte dedicata alle scuole cui sono demandate le quattro funzioni indicate.
Un capitolo a parte abbiamo dedicato ai fattori caratterizzanti la coscienza e le motivazioni di tutto il personale, quel personale che dà corpo e vita ad una Istituzione solida, funzionante e coerente. A tal fine, abbiamo cercato di tracciare, sulla scorta di diversi studi, il profilo della deontologia degli Operatori di Polizia, di individuare e sottolineare i valori umani e professionali, concludendo con l’immagine elaborata dall’Istituzione e percepita dai cittadini. Si può comprendere l’importanza di quest’ultima in una società, qual è quella in cui viviamo, contrassegnata proprio dalla comunicazione, dall’apparire, dal senso dello spettacolo.
L’ultimo capitolo è dedicato ai settori d’intervento della Polizia di Stato, alla rete articolata in strutture attive sul territorio e, infine, ai “bilanci” degli ultimi anni con riferimento alle operazioni svolte e alle principali campagne (sicurezza, immigrati, criminalità, terrorismo, pedofilia informatica, ecomafie, ecc.).
Concludono la nostra Tesi alcune rapide ed essenziali considerazioni, completate da tre appendici e da una ampia e specializzata bibliografia e sitografia.

 CONSIDERAZIONI FINALI
Al termine di questa nostra ricerca tra storia, problemi di selezione e scuole, tradizionali e in via di realizzazione, alcuni problemi ci hanno particolarmente colpito per il loro interesse presente e soprattutto in prospettiva.
Certamente la collaborazione tra le polizie europee: un’impresa che richiede di per sé molti anni per raggiungere un buon grado di efficienza e produttività. Ma il problema dei problemi sarà quello della formazione del fattore umano sia sotto il profilo della preparazione che sotto quello della remunerazione. Con l’entusiasmo si può anche cominciare ma con gli anni si rende necessario poter contare su delle certezze, praticare il diritto alla propria progettualità e realizzazione nel senso più umano e personale.
Uno dei settori di attività d’intervento di tutte le Forze dell’Ordine sta diventando il sistema, ormai fortemente strutturato, delle organizzazioni criminali, specializzate e polivalenti, che vanno dalle forme di criminalità diffusa locale a quelle internazionali, lungo filoni di interessi tanto tradizionali quanto nuovi. Ci riferiamo in particolare alle ecomafie fondate sul business dei rifiuti di vario genere e, quindi, sulle discariche autorizzate ed abusive.
Una tecnica operativa nel settore ci viene data “dal silenzioso quanto pericoloso tentativo di consistenti gruppi criminali di infiltrarsi nel ciclo di gestione dei rifiuti: dalla raccolta, anche attraverso il condizionamento delle procedure di appalto, al trasporto, dallo stoccaggio al conseguente smaltimento in discariche abusive. E’ uno dei tanti segni tangibili di come quello che viene definito l’ecobusiness sia ormai diventato uno dei più lucrosi mercati illeciti della criminalità organizzata” (1).
Il crimine ambientale consente non soltanto di realizzare profitti elevati a fronte di costi modesti e rischi limitati, ma costituisce anche uno degli anelli della catena attraverso cui i capitali di provenienza illecita vengono immessi all’interno dei legittimi circuiti economici e produttivi. Va d’altra parte sottolineato che non sempre i media riservano la dovuta attenzione alle tematiche relative ai fenomeni criminali connessi all’ambiente: spesso la scoperta di una discarica abusiva non fa “presa” sulla collettività, non riesce a diventare “notizia”, forse perché la raccolta illecita di rifiuti si consuma sovente lontano dai centri abitati e, quindi, non suscita “allarme” nell’opinione pubblica oppure perché, soprattutto in alcune aree del Paese, non si è ancora pienamente affermata una forte sensibilità verso i valori del rispetto e della tutela dell’ambiente, che pure costituiscono una componente non secondaria della più ampia cultura della legalità.
In questo settore, di conseguenza, l’azione di contrasto delle Forze dell’Ordine, e non solo per il suo buon esito, dovrà essere coordinata bene e funzionalmente all’interno del Paese, ma anche, e forse soprattutto, sul piano europeo e internazionale. La potenza economico-finanziaria, la capacità organizzativa delle forze criminali sono più veloci ed efficaci in tempi di possibilità di utilizzazione, di strumenti informatici e di tecniche d’infiltrazione oltre che di coperture insospettabili (per esempio economia legale, alti funzionari, sistema bancario).
Non occorrono grandi ricerche per avere le coordinate di questa realtà che esploderà sempre più nel futuro prossimo. L’andamento del fenomeno, a nostro avviso, avrà dei picchi scardinanti se non esplosivi. Di qui il necessario impegno di livello eccezionale. Il primo rischio che si può correre è quello di sottovalutare l’effettiva portata e l’insidiosità del crimine ambientale. E’ necessario che maturi sia negli attori istituzionali  sia nel corpo sociale la piena consapevolezza che alla base dell’evoluzione socio-economica delle società ad industrializzazione avanzata vi è la necessità di conciliare il progresso economico e tecnologico con la salvaguardia dell’ambiente e della salute della collettività.
Per quanto possa sembrare paradossale, interventi sbagliati quanto il non intervento possono alimentare il fenomeno criminalità anziché combatterlo. Di conseguenza “se non si riesce ad adeguare per tempo il sistema di controlli amministrativi e lo stesso impianto normativo, in una prospettiva che non può prescindere dal fattivo coinvolgimento delle istituzioni dell’Unione, diviene sempre più concreto il rischio che il giro d’affari legato al crimine ambientale trovi maggiori spazi e continui a prosperare”(2). Per cogliere il senso della dimensione di questo genere di fenomeni basta citare il volume “di affari dell’ecobusiness, che aiuta a inquadrare le reali dimensioni del fenomeno. L’insieme delle attività illecite (abusivismo edilizio, traffici e smaltimenti di rifiuti speciali e pericolosi, racket degli animali, ecc.) ha determinato - secondo le stime elaborate da Legambiente in collaborazione con le Forze di Polizia - un fatturato complessivo, per il 1999, pari a 13.413 miliardi di lire (erano 9.547 miliardi nel 1998), con un incremento di circa quattromila miliardi di lire. In particolare, nelle attività di gestione illecita dei rifiuti speciali e pericolosi le risorse economiche sottratte al mercato legale sono passate da 3.744 miliardi di lire a 4.086 del 1998. Dalla lettura dei dati risulta evedente che gli effetti negativi sull’impatto ambientale si registrano soprattutto nelle regioni meridionali, ove minore è la capacità tecnica di smaltimento dei rifiuti, da imputare soprattutto alla carenza di impianti ad hoc, e dove, anche in ragione della ramificata presenza di sodalizi criminali, si registra un costante flusso di rifiuti, talvolta anche ad alto tasso  inquinante, provenienti da altre zone del territorio nazionale”(3).
A fronte di tanta organizzazione è assolutamente elevare e potenziare l’azione di risposta ma, anche e ancor più, quella di prevenzione, per cui “sicuramente importante” è la risposta legislativa. E’ in avanzata fase di discussione in Parlamento la proposta volta ad introdurre una specifica normativa penale in tema di delitti contro l’ambiente che, una volta approvata, permetterà di fronteggiare ancor più efficacemente la vasta gamma delle ipotesi criminose che si vanno individuando. La prevista trasformazione di alcune fattispecie contravvenzionali in delitti permetterà di disporre di più penetranti mezzi d’indagine, del tutto indispensabili per accertare i complessi collegamenti che si celano dietro le illecite movimentazioni di rifiuti. In questa stessa direzione si sta movendo l’Unione Europea che ha avvertito l’esigenza di tutelare il “valore ambiente” con l’introduzione di disposizioni penali dirette a sanzionare quei comportamenti che inquinano gravemente aria, acqua, suolo e sottosuolo, causando danni rilevanti o provocando manifesti pericoli per l’ambiente e per la salute. Una linea di successo per disarticolare un così potente e vasto spettro di interessi illeciti a dimensione planetaria non può non passare per una solida e funzionale cooperazione internazionale tra le varie forze dell’ordine. “Molti passi in avanti sono stati compiuti in questa direzione attraverso una molteplicità di iniziative: al tradizionale canale di collaborazione Interpol sono andati via via affiancandosi altri organismi internazionali di polizia, primo fra tutti Eurogol, che ha visto riconoscersi una specifica competenza nel delicato settore del traffico di materiale radioattivo, ed una serie di accordi multilaterali e bilaterali che hanno contribuito a rendere più salda l’azione di contrasto preventiva e repressiva. Accanto alla collabo9razione internazionale, un’altra importante direttrice di intervento è rappresentata dall’azione preventiva. Prevenire significa in primo luogo attivare forme ancor più moderne ed efficaci di controllo che, superando la tradizionale impostazione, “sappiano riconoscere e comprendere le dinamiche dei molteplici territori che coesistono in un medesimo spazio: la città, le zone rurali, le vie di comunicazioni, le reti telematiche, le linee di confine e così via. L’ambiente costituisce un territorio specialistico per eccellenza, il cui controllo per risultare proficuo dev’essere svolto con metodi e strumenti specialistici ed affidato ad uomini nei quali si è fatto crescere un patrimonio di competenze e di esperienze in una prospettiva che coniughi l’impiego delle nuove tecnologie e la professionalità degli operatori di polizia”(4).
Vi è un’altra chiave per affrontare questo tipo di problemi. Una chiave che, evidentemente, si aggiunge e completa gli interventi di cui si è già detto. Si tratta della cultura della sensibilità e della legalità, indispensabile per la comprensione e collaborazione, se non proprio partecipazione, dei cittadini. Il messaggio da diffondere è un nuovo livello di sensibilità in ambito europeo su tali tematiche, tra l’altro ad approfondire la possibilità di perseguire penalmente anche le persone giuridiche responsabili di danni ambientali. Non è un caso che i Ministri dell’Interno e della Giustizia dell’Unione abbiano ritenuto di inserire, stabilmente, la tutela ambientale tra le priorità dell’azione comunitaria. Ma accanto agli interventi legislativi “occorre sviluppare strategie operative di contrasto di ampio respiro che non possono non avere una spiccata dimensione internazionale. A seguito dei sopravvenuti mutamenti nello scenario geo-politico mondiale e della globalizzazione dei mercati, la criminalità organizzata transnazionale è divenuta, per potenza di mezzi, capacità di alleanze, dimensioni operative e disponibilità di capitali, un soggetto capace di muoversi con disinvoltura nei vari ‘contesti’ regionali, condizionando talvolta la convivenza civile e democratica di intere comunità, soprattutto nei Paesi meno sviluppati” (5).
Il messaggio da recepire e diffondere è che il fenomeno delle ecomafie, genericamente inteso come criminalità ambientale, produce effetti particolarmente nocivi alla salute della collettività. Ogni considerazione sulle strategie di prevenzione e di contrasto deve ormai essere ricompressa, quindi, nella c.d. biosicurezza, intesa come tutela della collettività e del suo habitat naturale dalle insidie che derivano, direttamente o indirettamente, dai mutamenti biologici e genetici che l’uomo, intenzionalmente o no, apporta. Siamo consapevoli che, oggi, il nostro ecosistema può essere modificato con gravissime conseguenze da chi intende avvantaggiarsene illecitamente o anche per fini eversivi – il c.d. bioterrorismo - , ma siamo del pari fermamente convinti  di essere pronti a raccogliere e vincere questa nuova ed impegnativa sfida dal cui esito dipende la tutela del nostro ambiente e della qualità della nostra stessa vita.
Concludendo, è opportuno ribadire che, occorre non solo aggiornare mezzi e strategie per meglio affrontare la lotta contro i nuovi sistemi criminali profondamente cambiati dall'era delle informazioni e dell'economia globale, ma soprattutto è indispensabile raccogliere la sfida che i mutamenti di contesto e di condizioni impongono, dando vita ad una nuova cultura dei valori. Naturalmente non ci riferiamo ai valori etici, morali, a quei valori assoluti sui quali ogni discussione è inutile perché ad essi fanno riferimento ogni popolo, ma a quei valori che vengono qualificati quali organizzativi in quanto connotano un'istituzione, un' organizzazione; a quei valori che ne costituiscono l'identità e che la fanno percepire all'esterno come diversa rispetto ad ogni altra istituzione ed organizzazione, a quei valori che sono funzionali al suo successo o che si presentano come elementi limitativi, di ostacolo a tale successo.
Sono valori questi che, essendo per definizione radicati ed interiorizzati, regolano, determinano le condotte e l'agire professionale dei singoli componenti. Per tale motivo è vitale per ogni istituzione avere una cultura organizzativa che ne esprima i valori nei quali si riconosca identità e azione. Per altro verso, essi sono per l'interno dell'istituzione l'elemento più forte di coesione, di orientamento dei comportamenti e d'integrazione dei singoli nel collettivo; appunto lo spirito di corpo. Verso l'esterno, i valori sono una leva strategica e competitiva; ad esempio, in Italia, abbiamo più forze di Polizia e ciascuna di essa esprime propri valori. La percezione che ne hanno i cittadini non è la stessa, varia da un’istituzione all’altra.
Chi detiene in misura massima la responsabilità di un'organizzazione o di un'istituzione come la Polizia di Stato, all’altezza dei suoi compiti, deve avere idee ben chiare sui valori positivi, funzionali al successo.
Ma idee altrettanto chiare sui valori negativi espressi, su quelli che ostacolano, che sono limitativi al successo; su quei valori di insuccesso che sono diventati elementi di identificazione dell'organizzazione e che devono essere proprio per queste ragioni, con adeguate strategie, depotenziati.


NOTE ALLE CONSIDERAZIONI FINALI

1.     De Gennaro Giovanni, Intervento del Sig. Capo della Polizia, Convegno su “Le rotte delle ecomafie”, Palermo, 20 novembre 2000, Internet, www.poliziastato.it, p. 1.
2.     Ibidem, p. 1.
3.     Ibid., p. 2.
4.     Ibid., p. 3.
5.     Ibid., p. 5










 

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